Venerdì Santo : una occasione per riflettere sulla Croce e la salvezza eterna (di Michele Giacomantonio)

Venerdì Santo la liturgia della Passione. Non si celebra l’Eucarestia per cui si farà la comunione con le ostie avanzate dal Giovedì santo. La liturgia di questa giornata ha quattro momenti importanti: la lettura del Passio dal Vangelo di Giovanni; la Preghiera Universale per la Chiesa, il Papa, gli ordini sacri e tutti i fedeli, i catecumeni, per l’unità dei cristiani, per gli Ebrei, per i non cristiani, per coloro che non credono in Dio, per i governanti e per i tribolati; l’adorazione della Croce; infine la comunione.
A questo punto si organizza la processione con le “varette” accompagnate dalle confraternite maschili e femminili che sfilerà per le vie della cittadina in silenzio accompagnate dal suono mesto dei tamburi e delle “troccole” azionate, come vuole la tradizione, dai ragazzini. Infine il ritorno in Cattedrale con l’appuntamento a domani sera per celebrare la Resurrezione del Signore.
Per tutta la giornata di Sabato Gesù dovrebbe essere nella tomba per risuscitare all’alba di domenica cioè appunto “il giorno del Signore”. In realtà Gesù non è nella tomba ma, pur con qualche incertezza, le scritture dicono che scende agli inferi.
I Vangeli e il Nuovo Testamento in generale sono molto parchi sul sabato santo per quanto invece si sono profusi in informazioni sul venerdì. E questo è naturale. Il sabato è il giorno in cui Gesù è morto e, per quello che è dato sapere anche fra i discepoli, egli giace nel sepolcro come tutti i morti. Inoltre nel cammino che egli compie lo si può seguire solo attraverso una esperienza mistica e quindi attraverso una esperienza soggettiva e personale.
I riferimenti ad una attività di Cristo in questo giorno sono molto scarni ed anche di difficile e controversa interpretazione. Forse il passo più conosciuto è quello della prima lettera di Pietro: “E in spirito egli andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione”(3,19) e più avanti: “è stata annunziata la buona novella anche ai morti, perché pur avendo subìto, perdendo la vita del corpo, la condanna comune a tutti gli uomini, vivano secondo Dio nello spirito”(4,6). Giovanni nel suo Vangelo, dice (5:25): "In verità, in verità vi dico: l'ora viene, anzi è già venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio; e quelli che l'avranno udita, vivranno". Paolo nella lettera agli Efesini cita il salmo 68 dove si dice” Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini”(Ef. 4,8).
Hans Von Balthasar ne “La teologia dei tre giorni “ osserva che “se il Padre deve essere considerato il creatore dell’umana libertà – con tutte le conseguenze prevedibili! – allora anche il giudizio e l’ ‘inferno’ appartengono originariamente a lui e se egli manda il figlio nel mondo per salvarlo invece di giudicarlo e a lui ‘rimette tutto il giudizio’ (Gv 5,22), allora deve introdurlo, in quanto incarnato, anche nell’ ‘inferno’ (come suprema conseguenza della libertà umana). Il Figlio però può essere nell’inferno solo come morto, il sabato santo. Questa introduzione è necessaria se ‘i morti devono ascoltare la voce del figlio di Dio’e, ascoltandola, ‘vivere’ (Gv.5,25). Il Figlio deve ‘osservare quanto di imperfetto, di deforme, di caotico c’è nell’ambito della creazione’ per riportarlo, in quanto Redentore, sotto il suo possesso” .
La processione delle "varette" sul corso
Von Balthasar mette in guardia: in quanto evento trinitario il cammino verso i morti è necessariamente un evento salvifico. Ed un evento salvifico non si può limitare a priori. In passato si sono voluti distinguere varie stratificazioni dell’inferno: limbo, purgatorio, limbo dei bambini non battezzati e infine il vero e proprio inferno; e si voleva con questo sostenere che non c’era rimediabilità all’inferno vero e proprio. Questo vorrebbe dire che questo inferno è rimasto fuori dalla portata di Cristo? Ma per questa limitazione non c’è nessun riferimento biblico né indicazione dettata dalla ragione. Ma allora si può affermare che tutti gli uomini, prima e dopo di Cristo, sono ormai redenti e che Cristo con la sua esperienza dell’inferno, lo ha svuotato e, perciò, tutta la paura della dannazione è privata di contenuto? Significherebbe , interviene von Balthasar , cadere nell’eccesso opposto. Certo si può dire con Origene che nell’essere con i morti Cristo introduce in quello che potrebbe essere raffigurato come il fuoco dell’ira divina il fattore della misericordia. E allora?
Le affermazioni salvifiche universalistiche sono affermazioni di speranza per tutti ma non vogliono dire che effettivamente tutti singolarmente si salveranno perché Dio vuole la salvezza di tutti gli uomini, ma non la vuole senza gli uomini, non la vuole passando sopra alla loro libertà. Viceversa le affermazioni che parlano di giudizio e fanno riferimento all’inferno non intendono dire di nessun uomo e men che mai della maggioranza degli uomini che sono caduti nella pena dell’inferno. Più chiaramente: di nessun essere umano concreto ci è stata rivelata la dannazione eterna e la Chiesa non ha mai insegnato in modo dogmaticamente vincolante a proposito di nessuno che egli sia caduto nella dannazione eterna. Nemmeno di Giuda che pure tradì Gesù e poi condannò se stesso impiccandosi.
Perciò né un ottimismo a buon mercato nei riguardi della salvezza, né un pessimismo che incute la paura dell’inferno corrispondono alle affermazioni bibliche. Possiamo sperare nella salvezza di tutti, ma di fatto non possiamo sapere se tutti si salveranno.
La libertà di Dio, così come la libertà dell’uomo sono un mistero insondabile. L’unica risposta sulla base della testimonianza biblica è che la misericordia di Dio mantiene aperta una possibilità di salvezza per ogni essere umano, che è in linea di principio disposto a convertirsi e si pente della propria colpa, anche se tale colpa fosse enormemente grande ed egli avesse sprecato tutta la propria vita precedente.
   
La processione a Marina Corta