Un silenzio di pomice (di Pietro Lo Cascio)

Due pagine del Corriere della Sera in due giorni, siglate da due importanti firme del giornalismo italiano, ripropongono l’attualità di un enigma che grava sulla nostra comunità dal 2007, ovvero da quando la magistratura ha chiuso definitivamente le cave di pomice: quale futuro per l’area che va dalle spiagge bianche a Porticello, e ancora oltre fino ad Acquacalda?

Sono passati quattordici anni. Qualche timido tentativo di fare ordine tra le carte, un’iniziativa avviata in sinergia con il Politecnico di Milano ma rapidamente lasciata a livello di esplorazione preliminare, poi il nulla. Anzi, no, addirittura lo smantellamento degli impianti dell’ex-cava.

In un Paese che sembra affetto da cronica indifferenza, c’è da chiedersi se a qualcuno interessi ancora comprendere quale sarà il destino di una porzione importante del nostro territorio, che rappresenta una significativa parte della sua storia, ma soprattutto costituisce un potenziale straordinario, unico e irripetibile per arricchire la nostra offerta turistica.

L’amministrazione comunale tace, come se la questione non la riguardasse. Ma questo, per la verità, non sorprende, ci abbiamo fatto l’abitudine.

Il consiglio comunale, quello dei dibattiti infuocati sullo straniero che si era impadronito delle cave di caolino, quello che ne reclamava l’esproprio, è afflitto da improvviso mutismo; durante gli ultimi quattro anni, nemmeno un ordine del giorno, se non per esprimere un’idea o una proposta, almeno per interrogarsi sullo stato dell’arte.

La Soprintendenza di Messina, cui compete la tutela i Beni Culturali e Ambientali e il rispetto delle previsioni del Piano Paesistico, nonostante recenti sollecitazioni non è pervenuta; sarà forse impegnata altrove, o non si è accorta che edifici e strutture minerarie appartengono alla prima delle summenzionate categorie delle quali dovrebbe occuparsi.

Il governo regionale, e – va da sé – quello nazionale, probabilmente non sanno nemmeno che esistano, le nostre cave di pomice. Del resto, chi gliene ha mai parlato, o ha mai bussato alla porta di un ministero per proporre un possibile progetto?

Persino la Fondazione Patrimonio UNESCO Sicilia tace. Eppure il suo promotore, riprendendo una chiara indicazione fornita dall’UNESCO fin dall’ingresso delle Eolie nella World Heritage List, ha previsto nel Piano di Gestione che l’area debba essere riconvertita in un Parco Geo-minerario. Ma come lo faremo questo parco se nel frattempo, complice il silenzio perdurante che avvolge questa triste storia, stanno smantellando ciò che resta delle cave?

In questo panorama dominato da un’afonia evidentemente contagiosa, per fortuna sono rimasti i giornalisti. Almeno leggiamo qualcosa, fa bene alla memoria.

Pietro Lo Cascio