Il concerto di beneficenza del Rotary all’Addolorata (di Antonio Amico)

Nella chiesa dell’Addolorata, piccolo gioiello settecentesco, dall’acustica perfetta, l’unica delle tante (assieme a quella del Santo Patrono) con la facciata rivolta al paese, in quest’epoca di strombazzamenti e musica sguaiata, si coltiva spesso musica colta, tentando di far rinascere nell’isola i tempi dimenticati di Sergiu Celibidache e Giuseppe Sinopoli. Missione difficile.
Ci prova ad ogni estate l’Associazione Euterpe, grazie all’impegno pervicace e al generoso supporto economico e logistico del suo direttore artistico Anna Paternò, vulcanica e battagliera, oltre all’aiuto, per la verità modesto, di pochi soci sostenitori.
Ci prova la manifestazione Eolie in Classico.
Ci prova il Rotary Club dell’Arcipelago Eoliano, con il suo presidente pro tempore Emanuele Carnevale
Quest’anno, dopo “Spartiti per le Eolie” (giunta al quarto anno), due serate estive di musica rigorosamente cameristica, con quartetti e viole e violoncelli, giovani e meno giovani concertisti, sempre prestigiosi, generosi amici dell’associazione che suonano senza cachet per il solo amore delle isole, il Rotary Eoliano ha voluto organizzare all’Addolorata un Concerto di beneficenza per la ricerca contro il cancro che è stato affidato, con la collaborazione dell’Associazione “Euterpe” e per l’impegno di Anna Paternò, al maestro Gerard Marie Fallour, pianista, compositore, illuminato maestro (questa estate, con il solito supporto di “Euterpe” ha tenuto a Lipari un Master Class, con saggio finale svoltosi nella sala musica di casa Paternò-Michaut), che vive a Parigi e regala all’amata isola impegno e tempo.
Il concerto, tenutosi domenica 16 Ottobre, data insolita, premiata da un clima meraviglioso e da una splendida luna piena, ha offerto un programma di “facile” presa all’ascolto, anche se di difficile esecuzione: le composizioni solistiche sono sempre ardue per il solista che deve affrontare tutti le difficoltà che l’autore ha disseminato nel pezzo per esaltare lo strumento e l’esecutore.
Si è iniziato con una Sonata bella e salottiera del giovane Mozart che la compose a 18 anni: l’adagio del primo tempo malinconico e struggente con le anticipazione romantiche di un autore che correva sempre avanti rispetto al suo tempo; la leggiadria salottiera del ballo nei due minuetti centrali e lo scoppio fantasmagorico dell’allegro finale.
A seguire, Frederick Chopin, l’autore più celebrato dai pianisti e più amato dal pubblico, che ne apprezza il lirismo e lo struggente romanticismo: sono state eseguite tre deliziose mazurche e la famosissima Polacca “Eroica”, composizioni accomunate dal desiderio dell’autore di citare la cultura e le tradizioni del suo amato popolo. La polacca, che solitamente ha ritmo maestoso, alcune volte militaresco e marziale, diventa con Chopin quasi una ballata, con momenti di particolare lirismo, come si avverte nella parte centrale di questa trascinante “Eroica”. È una composizione brillante, esultante ed entusiasta, di difficile esecuzione che mette in risalto le doti virtuosistiche e l’abilità dell’esecutore.
Altre sonorità nelle composizioni del terzo autore prescelto, Edvard Grieg, norvegese, nato nel 1843 e morto nel 1907, noto soprattutto per il suo Concerto per pianoforte in la minore e per le struggenti musiche di scena del Peer Gynt oltre che per numerosi pezzi lirici per pianoforte.
Ho voluto collocare temporalmente il periodo di attività di questo autore per sottolineare quanto evidente sia il trascorrere del tempo e l’influenza che i movimenti culturali possono avere anche in musica. Grieg nasce poco prima che Chopin muoia e le modalità compositive mutano: nei pezzi eseguiti si respirano certamente atmosfere nordiche e diradate, a volte naïf, sempre fresche e con una punta di ingenuità, ma si percepiscono chiaramente sonorità a volte decadenti (si ricordi che il decadentismo, dagli anni 70 dell’ottocento, fu una sorta di evoluzione del romanticismo), con qualche escursione negli albori di un impressionismo ancora in fasce che troverà poco dopo la sua massima realizzazione. Nei pezzi ascoltati c’è anche Debussy, ma è mio parere, decisamente personale.
Fallour ha chiuso con l’esplosione delle sonorità virtuosistiche di Franz Liszt e la sua Rapsodia n° 11. Liszt è considerato uno dei più grandi pianisti mai esistiti: rivoluzionò la tecnica pianistica e il rapporto con il pubblico e con l’orchestra.
Le sue composizioni, concerti per pianoforte, rapsodie e numerosissime trascrizioni per lo strumento che padroneggiava in modo assoluto, sono in genere mirate a dimostrare questo virtuosismo, accogliere l’applauso e la meraviglia stralunata dei presenti.
Le Rapsodie, oltre ad essere difficili da eseguire, hanno dei momenti lirici legati alla cantabilità dei motivi ungheresi ispiratori. In questa n° 11, intensa e breve, ma non la più famosa né la più eseguita, ho ritrovato echi della n° 2, probabilmente per la comune provenienza con i motivi popolari che l’hanno ispirata. Ostica e difficoltosa, come tutte le opere di Liszt, è stata un’esplosione di tecnica e abilità esecutiva.
L’accoglienza affettuosa e calorosa ottenuta dal solista, con il pubblico in piedi ad applaudire, lo ha convinto Fallour, sempre generoso, ad eseguire un bis. L’atmosfera è cambiata e si è andati in paradiso con Bach.
Antonio Amico