Giuseppe Sinopoli e le isole della bellezza colta (di Michele Giacomantonio)

Lunedì 23 agosto nell’accogliente scenario del terrazzo del Gardino di Lipari è stato presentato il libretto de “I racconti dell’isola” di Giuseppe Sinopoli edito dalla Marsilio. Sono ormai più di quindici anni che il Maestro Sinopoli è scomparso stroncato da un infarto la sera del 20 aprile 2001 al terzo atto dell’Aida che dirigeva all’Opera di Berlino, eppure la memoria e l’affetto per il grande musicista è più vivo che mai anche a Lipari come ha dimostrato questa serata intensa e partecipata.
Il libretto, con una bellissima prefazione del figlio Giovanni ed una postfazione di Quirino Principe, contiene tre racconti: I corvi di Apollo, L’albero di Ippolito e La nave di Ulisse. I primi due, conosciuti dai liparesi che avevano potuto leggerli pubblicati da “Arcipelago in”, il terzo, inedito, trovato da Giovanni nella biblioteca della casa di Lipari.
Il contenuto di questo libretto è illuminante per chi volesse scoprire che cosa Giuseppe Sinopoli intendesse quando parlava delle Eolie come le isole della bellezza colta. Infatti in ogni riga di questa quarantina di pagine traspare lo sguardo trasfigurante con cui l’artista guarda i paesaggi a cominciare dalla sua casa del Cappero che volle intestare ad Aristaios il re-pastore del mito greco, nato mortale e poi divinizzato,  curatore degli ulivi e delle viti, delle api e delle pecore da cui ricava il formaggio ed il miele.
Una notte di primavera, - scrive ne “l’albero di Ippolito”-,   in cui il firmamento era trapunto da una vibratile rete di stelle e lattescenti galassie venavano di bianco il nero morto del cielo, mi aggiravo con passo lentissimo tra pini, ulivi, mimose ed un’infinità di piccole piante che, come muti serpentelli dai mille colorati occhi minuti, strisciavano sulla terra calda ancora del prolungato bacio di Apollo. Era l’equinozio di primavera, l’artemisio dei Dori, il giorno sacro ad Artemide. Apollo s’era calato d’un tratto nel mare di ponente infuocando l’orizzonte quasi a volerne incendiare gli abissi. Artemide […], si levava ad oriente, leggermente spostata verso sud, come a trovare una complicità nell’antico dio Vulcano”.
Nel primo racconto, quello de “I corvi di Apollo” Sinopoli ci dice che per lui tornare a Lipari ogni volta significa ritrovare il luogo privilegiato, “il centro da cui si irradiano, indietro nel tempo, innumerevoli fili, per millenni”. Ed il centro del centro era la “Casa Aristaios”, la sua abitazione nell’isola. Da lì poteva osservare “il mare muto e greve , da cui ilo sole non riusciva a liberarsi per salire alto nel cielo e superare Vulcano, gli ulivi. Aristaios, Artemide, i corvi che volavano bassi, lasciando solo di rado diffondere quel loro roco rantolo, Apollo, Dionisio, tutto,[…]nell’arcano arcipelago del vento, sembrava rispondere ad un antico richiamo”.
Lipari , le Eolie sono le isole della bellezza colta su cui vale vivere ma anche tornare per morirvi. Ne “La nave di Ulisse” Sinopoli immagina l’ultimo ritorno all’isola, quello della morte che per lui è il ricongiungersi al tutto non più divisibile.
Una notte d’estate un uomo sbarcò sull’isola. Vi giungeva dal canale di ponente, quello tra Lipari e Salina. Il suo viaggio era iniziato lontano, estremamente lontano e scese su una piccola spiaggia di fronte a Vulcano e da lì, dopo un sonno vuoto di sogni,  si avviò lentamente per l’erto sentiero che schiacciato tra le rocce conduceva fra rovi e ginestre su fino al pianoro del Cappero, alle mura di cinta di “Casa Aristaios”.

“Aveva raggiunto l’isola perché sapeva che era giunto il momento di congedarsi dalla vita, dialettica eterna di essere e coscienza, di luce ed oscurità. […] Ed il tempo diventa “non tempo” e lo spazio diventa “non spazio” e la coscienza si dilegua, vanità ultima dell’essere. La morte è questo non tempo, questo non spazio, dove l’essere spogliato della coscienza perde ogni identità particolare per divenire il ‘tutto’, l’unità non più divisibile”.